Nostre
iniziative
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Taranto Non Dorme V
edizione |
Quinta
edizione della Rassegna di teatro d’autore contempo raneo
TARANTO
NON DORME
…ricordando Daniele Serra
dal 18 gennaio all’1 marzo, ore 21 Cinema - Teatro Bellarmino Taranto -
Corso Italia ang. Via S. Roberto Bellarmino
Torna
per il quinto anno consecutivo Taranto Non Dorme, rassegna di teatro
d’autore contemporaneo, promossa dall’Associazione Punto A Capo.
Sono
quattro gli spettacoli che animeranno il palcoscenico del Cinema Teatro
Bellarmino, sempre di lunedì alle ore 21, dal 18 gennaio all’1 marzo.
Info |
| Penne a Sonagli |
L’Associazione
PUNTO A CAPO con il sostegno di Oro6 Presenta
La prima edizione della rassegna letteraria
PENNE A SONAGLI - NARRATORI
D'OGGI, TRA CINEMA, MUSICA E FUMETTO -
Tre protagonisti del panorama culturale italiano raccontano le affinità
elettive tra letteratura, cinema, musica e fumetto dal 6 aprile al 4
maggio
( Ingresso libero - a partire dalle ore 20 - e fino ad esaurimento
posti - CineTeatro Bellarmino Taranto.
Lunedì 6 aprile, NICCOLÒ AMMANITI
Lunedì 20 aprile, MARCO MANCASSOLA
Lunedì 4 maggio, GIPI
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| Taranto non dorme IV Edizione |
Torna per
il quarto anno consecutivo Taranto Non Dorme, rassegna di teatro
d’autore contemporaneo, promossa dall’ Associazione Punto A Capo e
dedicata alla memoria del giovane artista tarantino tragicamente
scomparso Daniele Serra. Perché è con il suo spettacolo, Nato a
Taranto, che Taranto Non Dorme ha cominciato il suo cammino nel 2006, e
perché è nella comune idea di teatro come strumento per indagare e
riflettere sul territorio, il tempo e lo spazio che la rassegna vuole
andare avanti.
Quattro spettacoli animeranno il palcoscenico del Cinema Teatro
Bellarmino, sempre di lunedì alle ore 21, dal 16 febbraio al 16 marzo.
Info |
| Narratori d'oggi |
Sabato 23 agosto, dalle 21:00 al Sun Bay di
Taranto (Via Lido Bruno 82, San Vito) ritorna la quarta edizione di
Narratori di Oggi, tradizionale appuntamento estivo promosso
dall’Associazione Punto A Capo. Ospiti quest’anno Carlo D’Amicis,
autore del romanzo “La guerra dei cafoni” (Minimum Fax, 2008) e Cosimo
Argentina, autore del romanzo “Maschio adulto solitario” (Manni, 2008).
Nel corso della serata sarà presentata una fotonarrazione di Paola
Padula. |
| Grafite |
Grafite
contenitore radiofonico di musica e letteratura a
cura di Punto A Capo. Potete ascoltarci il sabato dalle 15.40 alle
17.00 sintonizzandovi sulle frequenze di Radio Popolare Salento.
Per organizzare interventi e contributi scrivere a
info@puntoacapo.biz.
Qui puoi
Ascoltare la puntata |
| Taranto non dorme
III Edizione |
Al via la
III edizione della rassegna teatrale Taranto non dorme.
Nata per iniziativa di Punto A Capo, quest’anno vedrà anche la
collaborazione dell’associazione culturale Nemesi.
Il nome della rassegna è stato scelto per ricordare che, nonostante la
crisi in cui versa il nostro territorio, esiste una Taranto giovane,
vivace, attenta alla realtà in cui vive, ed allo stesso tempo
consapevole che quella realtà, nei suoi aspetti problematici e
difficili, possa essere cambiata attraverso il senso di responsabilità
e l’impegno di ciascuno.
Presentazione
Info
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| Cantiere Maggese
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Approvato
dalla regione il progetto "Cantiere Maggese" presentanto in occasione
del programma regionale “Bollenti Spiriti”, programma
dedicato alle politiche giovanili ed orientato alla riqualificazione di
aree urbane.Si tratta di un intervento unico e coordinato di
riqualificazione in Città vecchia delle due sedi dell’ex convento di
S.Gaetano e di uno stabile ubicato in via Cava 90 con l'obiettivo di
dare spazio all’aggregazione e alla creatività giovanile, garantire
promozione culturale nella città e nel quartiere, coinvolgere scuole,
famiglie e ragazzi.
Leggi
l'articolo |
| NTO (Terza Edizione) |
Narratori Tarantini di oggi è
una vetrina di letteratura che invita ogni anno alcuni dei migliori
autori tarantini a presentare la propria produzione e a confrontarsi
sulla relazione tra la scrittura e il territorio in cui vivono e/o sono
nati.
Il fatto che alcuni dei “nostri” migliori scrittori si incontrino,
discutano, si guardino negli occhi, si rivolgano allo stesso pubblico
rappresenta - oltre che l'opportunità di assistere ad uno spettacolo di
qualità - un'importante occasione di consapevolezza collettiva. |
| Wake
Up Taranto - PRE.CURSORI |
Il
prossimo 12 maggio - nell'ambito della rassegna delle culture giovanili
"Pre.Cursori" organizzato dall'associazione
:alternativa.mente:,
Punto A Capo presenta "Wake up Taranto",
- Fumetto & Rock: lezione / esibizione / esposizione di Enzo
Rizzi e del suo Heavy Bones
- Reading dibattito della comunità / laboratorio Officine
Meridiane: il presente e il futuro della nostra città nella voce di
alcuni autori tarantini .
guarda il fotoracconto
Info -
Calendario
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| Corso Base di Fumetto
(II Edizione) |

Dall’anatomia al movimento.
Dal 27 Aprile al 01 Giugno 2007, a Taranto, dieci incontri per un
totale di 20 ore, il martedì e il venerdì dalle 19 alle 21. Docente:
Enzo Rizzi, disegnatore di Heavy Bones e collaboratore della rivista
Rockhard. I migliori lavori prodotti troveranno spazio sul periodico
“Nuvolette” (Lilliput edizioni, www.lilliputeditrice.it)
Info |
| Taranto non dorme 2007 |
Tutto pronto per la seconda
Edizione di "Taranto Non Dorme"
piccola rassegna di teatro della Narrazione. Cinque gli spettacoli in
programma quest'anno, Lunedì
05 Febbraio.”La tana della iena”- Compagnia Narramondo(Firenze) -
Lunedì 19 Febbraio,”In mezzo al mare”-Ambra Jovinelli(Roma) - Lunedì 05
Marzo,”Di Figlio padre, di Figlia Madre" Alessandro Langiu (Taranto) -
Lunedì 19 Marzo,”La vita non basta”-Ambra Jovinelli(Roma) - Lunedì 02
Aprile,”Patate”-Compagnia Dionisi(Milano). Per informazioni abbonamenti e spettacoli
visita la pagina della rassegna |
| Radiodramma
(II
Edizione)
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A Taranto (il 18,19,25 e 26 novembre 2006) Punto A Capo e Primavera
Radio
Popolare Network organizzano la seconda edizione del "LABORATORIO DI
RADIO-TEATRO, dalla drammatizzazione alla registrazione delle
interpretazioni". Quattro incontri per un totale di 26 ore in cui si
lavorerà a tutte le fasi necessarie alla produzione di un vero e proprio
"dramma" radiofonico. Per questo il progetto parte dalla nozioni di base
della scrittura di un copione e di una drammaturgia e arriva sino alla
creazione dell'ambiente sonoro e alla registrazione delle voci dei
personaggi. Docente: dalla Patagonia, l'argentino HECTOR EDUARDO LEDO.
Info |
| U-LIVE FESTIVAL |
Taranto
29 Luglio 2006
Masseria Vaccarella Quartiere
Paolo VI
Line – up:
Baustelle - DiscoDrive - Anonima - Fragment - Superpartner
www.u-live.it
Posto Unico: 10 Euro.
Prevendite Taranto: Fuori Tempo Dischi, via Pupino 19/b; Libreria
Gilgamesh, via Oberdan 45/a; Musica è, via C.Battisti 23/c.
Altre Province: Circuito Ticket One. |
| Servizio alla mensa
di San Pio X |
Continua il nostro servizio
presso la mensa dei poveri di San Pio X. |
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Vi proponiamo il secondo diario scritto dal nostro amico Emiliano Bertoldi. In questo caso si tratta di una lettera scritta da Betlemme. Emiliano si trova in Israele/Palestina per conto dell'Associazione Pace per Gerusalemme, per condurre uno studio di fattibilità finalizzato al consolidamento di una relazione di cooperazione tra la comunità trentina e quella di Beit Jala, vicino a Betlemme.
At-Tuwani è un piccolo villaggio alle soglie del deserto, nella zona sud orientale del territori occupati. Non dista più di 50 Km da Betlemme – dove fervono i preparativi per un Natale che sembra assomigliare più ad una festa di luminarie, babbi natale e pini decorati, che non il ricordo della nascita di Gesù nel luogo dove avvenne – ma per raggiungerlo ci impiego oltre 2 ore: devo cambiare 4 mezzi di trasporto e fare l’ultimo pezzo a piedi. Ai pulmini palestinesi che scendono per una specie di mulattiera – infatti - non è permesso attraversare la “by-pass road” israeliana, ovvero la larga e scorrevole strada riservata ai coloni e ai mezzi con targa gialla (israeliana, appunto). At-Tuwani si trova sulla collina dall’altra parte, isolata con un'altra decina di villaggi in questo estremo lembo di terra, il Masser Yatta. Forse la strada sarà ulteriormente “difesa” da due nuovi muri di cemento, con solo qualche apertura per permettere il passaggio ai pedoni. In più, at-Tuwani ha la sfortuna di abbarbicarsi da almeno 500 anni sulla collina di fronte a quella dove, a partire dal 1981, è stato costruito l’insediamento israeliano di Ma’on: alcune decine dei circa 100.000 estremisti nazional-religiosi che intendono riconquistare la Terra Promessa come presupposto per l’arrivo del Messia. Non tutti i “coloni” – come vengono chiamati – appartengono a questa categoria, anzi. Circa il 75% di loro si trovano in Cisgiordania solo per le agevolazioni socio-economiche garantite dal governo e senza perseguire alcuno scopo politico. Se fossero messi in condizioni di insediarsi a Tel Aviv o a Gerusalemme, sarebbero felici di lasciare il deserto. Nonostante le difficoltà, mi ripropongo di vistare qualcuno di questi insediamenti moderati e proporre loro un lavoro comune; magari quelli vicino a Beit Jala/Betlemme, dove opera la comunità trentina. Tra l’altro, i coloni integralisti non hanno il sostegno della società israeliana, ma amici potenti nelle posizioni giuste…. Ma gli abitanti di at-Tuwani sono sfortunati: i loro vicini non sono poveracci provenienti dall’Ucraina o dal Marocco, ma oltranzisti della riconquista biblica, con belle case e tutti i servizi necessari. I circa 150 pastori e contadini di at-Tuwani, invece, vivono in grotte o piccole “abitazioni” di cemento, specialmente dopo che molte delle loro case - risalenti talvolta a 3-500 anni fa - sono state distrutte per “motivi di sicurezza”. At-Tuwani è tuttavia il villaggio di riferimento della zona, perché qui si trovano la scuola per un’ottantina di bambini e – appena costruito – un piccolo ambulatorio. La vicenda dell’ambulatorio è buffa, se così si può dire. Gli abitanti del villaggio - aiutati da numerosi stranieri ed ebrei delle organizzazioni pacifiste israeliane – lo hanno costruito abusivamente e di notte, sospendendo i lavori e facendo finta di niente ogni qual volta si avvicinava l’esercito (che - gli va riconosciuto - non ha comunque mai proceduto alla demolizione come invece fa sistematicamente con la strada che dovrebbe collegare il villaggio agli altri abitati più a sud). At-Tuwani si trova infatti in quella che si chiama “zona C”, ovvero a controllo militare e civile Israeliano. Ciò significa che per costruire qualsiasi cosa bisogna avere l’autorizzazione del comando militare di Hebron. E l’autorizzazione per l’ambulatorio è stata più volte negata, come anche per la scuola del resto. Motivi di sicurezza. Va anche detto – con buona pace di chi in Italia continua a ritenere Israele un Paese pseudo-dittatoriale – che questo è invece uno Stato di diritto, e che quando si riesce a superare la zona grigia di discrezionalità compiacente e i mille paletti dei comandi militari ed arrivare al Tribunale e alla Corte Suprema di Gerusalemme, questa conferma quasi sempre le ragioni della popolazione Palestinese. Sia l’ambulatorio che la scuola – per esempio - oggi hanno un’ordinanza di demolizione sospesa da un altro pezzo di carta della Corte Suprema che promette l’arrivo dell’autorizzazione e la relativa sanatoria (che significato diverso assume questa parola qui, rispetto all’uso che ne facciamo in Italia…). Poi sarà compito dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) garantire medici e insegnanti: non si può dire che si impegni particolarmente per guadagnarsi i voti del migliaio di pastori della zona… At-Tuwani e gli altri villaggi del Masafer Yatta sono interessanti anche e soprattutto per un altro motivo: la scelta esplicita della nonviolenza come strumento di resistenza contro l’occupazione e l’ottima relazione con i pacifisti israeliani, che vengono regolarmente a fare visita – illegalmente – ai loro amici beduini. Hassan, vecchio pastore che mi offre tè, pane cotto sulle pietre, olio d’oliva e pomodori sul ciglio della sua grotta, mi chiede notizie del suo amico David, di Tel Aviv. La stessa presenza nel villaggio dei volontari italiani dell’Operazione Colomba ed americani del Christian Peace Team è iniziata su invito dei giovani di Tajus, associazione israeliana. Cristina – una tenacia di oltre 3 anni di interposizione nonviolenta nei territori nascosta dalla dolcezza di un caschetto biondo e di profondi occhi verdi – ci scherza sopra con il suo forte accento americano: “ci pensi: siamo benvoluti dai nostri ‘concittadini’ palestinesi e mussulmani grazie alla comune amicizia con degli ebrei…!”. Gli abitanti di at-Tuwani portano avanti la loro lotta continuando a seminare i loro campi – più che altro terra mista a sassi – o portando a pascolare le greggi sulle proprie terre, quelle che gli sono rimaste dopo le numerose confische. I volontari internazionali li accompagnano e spesso sono aggrediti al posto loro, ma hanno notevolmente migliorato la situazione (anche se qualche anno fa un giovane sudtirolese è stato picchiato gravemente rischiando la vita). La lotta nonviolenta dei pastori del Masafer Yatta ha già ottenuto lo spostamento del muro sulla linea verde – il confine riconosciuto tra Israele e Cisgiordania – invece che 6 KM più a nord, cosa che avrebbe di fatto annesso at-Tuwani ad Israele; ha ottenuto vari riconoscimenti della Corte Suprema al diritto di vivere sulla loro terra e nelle loro case, quando una proposta oltranzista era di deportarli tutti nella più vicina città; hanno infine ottenuto la scorta militare (israeliana) per i propri bambini, che per raggiungere la scuola devono passare vicino all’insediamento e spesso venivano aggrediti, ameno di non allungare da 15 minuti a 1 ora e mezza la strada. Mi dicono non essere raro vedere qualche soldato prendere per mano i bambini, con somma rabbia dei coloni. Pare che proprio il giorno prima della mia visita un riservista – gente che si trova qui per obbligo, ma che preferirebbe starsene a casa con la propria famiglia – abbia deciso di denunciare un colono che aveva afferrato per il collo un bimbo, scaraventandolo in un roveto. Un altro seme di pace seminato in Terra Santa.

Abbiamo pensato potesse essere interessante proporvi i diari che il nostro amico Emiliano Bertoldi ci invia da Gerusalemme, crocevia delle religioni, cuore di una terra violata dalla guerra.
Emiliano si trova in Israele/Palestina per conto dell’Associazione Pace per Gerusalemme – il Trentino con la Palestina per condurre uno studio di fattibilità finalizzato al consolidamento di una relazione di cooperazione tra la comunità trentina e quella di Beit Jala, vicino a Betlemme.
Terra Santa
Non ricorderò il mio ritorno in Vicino Oriente per l’asfissiante sensazione di entrare in un forno che è rimasta nella mia memoria dall’arrivo sulla pista dell’aeroporto di Baghdad, nel giugno di due anni fa. L’atterraggio al Ben Gurion di Tel Aviv avviene nel pieno della notte; è caldo come in un maggio trentino, ma oggi i miei sensi sono pervasi dall’emozione dello sbarco nella terra di Giuda e dal timore di non poter entrare in Israele.
In effetti il mio passaporto – con i timbri di Iraq, Giordania e Kuwait – mi crea qualche problema: due ore di attesa nell’anticamera della Security, un paio di interrogatori precisi e dettagliati, ma tutto sommato cordiali e sempre nei limite della correttezza e del rispetto della mia privacy (ho visto di peggio alle frontiere italiane nei confronti di stranieri di varie origini…), il contro-interrogatorio nel salone del ritiro bagagli quando pensavo di avercela fatta.
Comunque sono entrato. Riconosco anche nelle piccole cose – quelle che in un altro Paese neanche noterei - la fascinazione che da sempre ha esercitato su di me la cultura ebraica in tutte le sue forme: la particolarità dell’architettura dell’aeroporto piuttosto che l’abbigliamento ortodosso di molte persone intorno a me. Non posso non ammirare ciò che questo popolo perseguitato per secoli ha saputo fare in pochi decenni – pur tra mille contraddizioni ed ingiustizie – in questa terra.
Mentre il taxi – ormai alle prime luci dell’alba - mi porta verso Gerusalemme mi guardo intorno e mi chiedo se questo fascino sarà un antidoto sufficiente alla facile generalizzazione che la mia storia politica, ma anche l’evidenza che avrò modo di vedere nei giorni successivi, potrà ingenerare.
Internazionali
Dopo qualche ora di sonno all’Ostello del Patriarcato Latino, mi sposto armi e bagagli in un altro albergo, più economico ma anche… incommentabile. Nel breve tragitto tra i due ostelli, la prima persona che incontro non è un riccioluto ebreo ortodosso che si reca al Muro del Pianto, né un barbuto immam intento alla preghiera di mezzogiorno, ma una cooperante italiana che cerca di far manovra con il suo ingombrante macchinone tra i vicoli della Città Vecchia. Scambio qualche parola – combattuto tra la sensazione di familiarità e la consapevolezza fastidiosa di essere anch’io parte anch’io di un mondo che sempre più mi sembra autoreferenziale – e proseguo alla ricerca del mio albergo.
Il segnale non è ben augurante: indica l’ingombrante presenza della comunità internazionale e il colossale investimento finanziario che questa sottile strisce di terra continua a richiamare. Nel pomeriggio faccio i primi incontri di lavoro, che confermano le impressioni della mattina… e i miei timori. Il responsabile dell’Unità Tecnica Locale (ufficio decentrato del Ministero degli Esteri Italiano che si occupa della cooperazione internazionale) e quello di ECHO, agenzia di emergenza e cooperazione dell’Unione Europea, mi spiegano che gli investimenti internazionali di alto livello per la Palestina (tolte quindi le donazioni di privati, parrocchie, gruppi di volontariato, pellegrini, enti locali, ecc.) ammontano a circa 1 miliardo di Euro all’anno, pari a circa 320 Euro pro-capite. L’esperienza mi insegna che dove la cooperazione internazionale spende tanto – magari togliendo fondi ad altre realtà che pure avrebbero bisogno – spende male; ed ha risultati contradditori e spesso distorsivi. Così scopro che per qualche strano motivo la maggior parte delle organizzazioni internazionali - e di conseguenza i soldi - si concentrano tutti nella Palestina centrale, che tra l’altro sembra essere la regione meno bisognosa (ma più comoda da raggiungere, e meno pericolosa, e con maggior rientro di visibilità…): progetti fotocopia, grandi budget, ricaduta tutta da valutare, assistenzialismo e sostegno ad una casta di privilegiati che hanno la possibilità di collaborare con gli internazionali.
Non sarà facile – con queste premesse – definire un serio programma di cooperazione tra la comunità trentina e quella palestinese. Ne parlo anche con Marcello, vecchi amico e co-inquilino ai tempi del master, che quasi casualmente incontro per le vie di Gerusalemme….
Muri e confini
Il muro che Israele sta costruendo intorno ai Palestinesi, per isolarli all’interno della loro terra, è una realtà di cemento armato costantemente presente, ma che con l’eccezione di qualche gruppo di pacifisti ebrei che cerca di portare il problema alla gente, sembra non turbare minimamente la vita degli israeliani.
Nei primi due giorni di permanenza nella Città Santa, io lo sperimento almeno tre volte. La prima al ritorno da Betlemme, dove sono andato qualche ora a vedere i luoghi dove passerò i prossimi due mesi della mia vita. All’andata siamo passati da una strada diversa e siamo arrivati a destinazione senza accorgercene, ma mentre usciamo dal centro di Betlemme il muro appare sinuoso intorno alla tomba di Rachele: monumento sacro che si trova in Cisgiordania, ma che con una curva ardita del muro Israele ha voluto ricondurre sotto il proprio controllo. Poi il muro scompare e riappare qualche Kilometro dopo: una vera e propria barriera a dividere due popoli. La macchina che ci accompagna non può proseguire oltre e noi dobbiamo scendere per entrare in un capannone, dove un percorso forzato tra metal-detector, porte girevoli di ferro, controlli di documenti e zaini ci costringe a camminare qualche centinaio di metri per sbucare a pochi passi da dove eravamo entrati.
Eccoci tornati in Israele.
Il giorno dopo devo raggiungere gli amici dell’Operazione Colomba, progetto di interposizione nonviolenta della Comunità Papa Giovanni XXIII, in un villaggio del centro-nord dei Territori. Piergiorgio – il coordinatore - è un vecchio compagno di Università, e tra loro c’è anche Laura, una ragazza della Val di Fassa. Mi hanno invitato a partecipare alla Messa del Patriarca Latino e a vedere la collegata manifestazione contro la costruzione di un secondo muro, interno ai Territori stessi, che per “difendere” una colonia ebraica costruita a qualche Kilometro dal villaggio porta via o distrugge campi ed uliveti. Purtroppo arrivo con quasi due ore di ritardo: il giorno prima un soldato israeliano è stato accoltellato da una testa calda e per ritorsione l’esercito ha chiuso il passaggio principale tra Gerusalemme e i Territori. Non per motivi di sicurezza, dato che comunque facendo un giro più lungo si entra lo stesso, ma solo per fare dispetto a qualche migliaio di Palestinesi che ogni giorno si spostano tra Ramallah a Gerusalemme per lavoro. Complessivamente, per fare un percorso che normalmente richiederebbe meno di mezz’ora, oggi impieghiamo oltre 1 ora e mezza, con il paradosso che nessuno ci controlla se non degli scontrosi poliziotti palestinesi che sembrano voler approfittare della situazione per ribadire con arroganza il loro ruolo e maltrattano l’autista del pulmino che non è autorizzato a percorrere quella tratta.
La manifestazione, comunque, va bene. La presenza del Patriarca Latino – che pianta un albero d’ulivo davanti al filo spinato e ai militari – e delle televisioni – che anche se fermate 40 minuti ad un check-point sono riuscite ad arrivare a documentare – fanno si che sia i ragazzi palestinesi in jeans e maglietta, sia quelli israeliani in divisa si comportino bene per non dare addito a polemiche. Tuttavia, un ragazzo israeliano – molti i giovani ebrei presenti a sostegno delle ragioni palestinesi – viene fermato ed arrestato; cosa di routine a quanto pare, visto che nessuno tra di loro e tra gli internazionali sembra più di tanto scosso dalla cosa.
La sera ritrovo lo stesso gruppo di giovani nella strada centrale di Gerusalemme: mentre i loro coetanei passeggiano tranquillamente nel tepore di una serata che sembra estiva, molti con un mitra a tracolla, loro se ne stanno con dei cartelli e delle foto a dialogare con i passanti (tra i quali qualche ortodosso), nel tentativo di sensibilizzarli al problema della demolizione di molte case di Palestinesi (e non) nella prossimità del muro o in altre aree di interesse speculativo. Bisognerebbe parlare di più di questo alto Israele.
Una città sui tetti
Intanto il fascino di questa città si impone con forza, nei pochi momenti di libertà che dedico ai vicoli della Città Vecchia. Ricorda davvero Sarajevo, con le chiese, le moschee e le sinagoghe una vicino all’altra. Ad un primo sguardo sembrerebbe davvero un angolo di convivenza e condivisione. Ebrei ortodossi che passano per il suk mussulmano per andare verso il Muro del Pianto, islamici con la tipica tunica che parlano con giovani dall’aria israeliana, suore che passeggiano ed acquistano crocefissi di ulivo e turisti che si fanno vendere souvenir di dubbia qualità. Ma a guardare bene non è così. Salgo per una scala di ferro e mi ritrovo in un’altra città, una città sui tetti, fatta di giardini e passerelle, panchine per riposarsi al caldo sole autunnale e giovani di una scuola rabbinica. Sotto, il caos del mercato arabo, sopra la tranquillità dell’ortodossia ebraica.
Un mondo in cui calarsi…
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