“Non si esce vivi dagli anni Ottanta” cantava Manuel Agnelli degli
Afterhours con riferimento alla parte brutta di quel periodo:
arrivismo, superficialità,trionfo del banale etc. che rimane
radicata e tuttora permea i nostri giorni..
Ma gli anni Ottanta non sono tutti da buttare e ce lo ricordano i
Franz Ferdinand, la band di Glasgow, rivelazione del 2004.
Prendete la musica buona che risale a quel periodo: i Cure di Hey
you, i Depeche Mode di Personal Jesus, i Pixies di “River Euphrates
“ ma anche alcuni motivi tipicamente anni Ottanta come quello di “Celebration”;
la ritrovate tutta in questo disco, opportunamente attualizzata e
rivitalizzata.
Canzone simbolo è “Darts of pleasure” vero e proprio inno alla
“fantastica passione dark”, dopo un incedere incalzante da marcetta
è il gran finale che colpisce suggellato da un improvviso cambio di
ritmo con un ironico ritornello in tedesco che recita così “Mi
chiamano Superfantastico, bevo champagne con salmone”.
Segnaliamo inoltre “The dark of the Matinee” e “Cheating on you”
canzoni fresche e incalzanti basso chitarra batteria e ritornello
accattivante; perché attingere dal passato, se fatto con
intelligenza non è un male.
Ha il suono di: il meglio degli anni Ottanta
(Fabio M.)
Un
concerto dei Green day non è solo musica; di questo ce ne accorgiamo
subito: prima dell’inizio un tizio vestito da coniglio rosa sale sul
palco con una bottiglia di birra in mano, barcollante; balla, rutta
e si gratta il culo. Si capisce subito quale sarà il tenore della
serata: qualcuno, sul palco, ha voglia di divertirsi e divertire,
oltre che di suonare.
L’inizio del concerto sembra negare questa prima impressione:
“American idiot”, “Jesus of suburbia” e “Holiday” sono suonate in
maniera travolgente ed impeccabile, e per un attimo ci si scorda del
coniglio rosa che ha aperto lo show. Non dura molto, però; già da
“We are the waiting” Billie Joe Armstrong inizia a calarsi nella sua
veste di intrattenitore: cerca di coinvolgere il pubblico, di fargli
cantare ogni ritornello, si muove da una parte all’altra del palco e
va a suonare prima vicino ad una tribuna poi all’altra. Ma non è
tutto: durante un brano inizia a mitragliare il pubblico con un
enorme fucile ad acqua, poi chiama fra gli spettatori un bassista,
un batterista ed un chitarrista (al quale, alla fine, regala la
chitarra!) per suonare insieme a lui. Durante “King for a day” tutta
la band si veste a maschera (Chi da ape, chi da donna, chi da Re).
Sembrerebbe, insomma, che i tre adolescenti non siano cresciuti
affatto, come invece il loro ultimo lavoro – maturo ed intelligente
– pare dimostrare. Eppure quando la musica ha il sopravvento il
gruppo convince appieno: ottime sono state “Wake me up when
september ends”, dedicata a Joey Ramone e “Hitchin’ a ride”. “Basket
case”, ovviamente, è stata un delirio di energia e “Longview” quasi
un inno.
Prima della classica “Good riddance” di chiusura, infine, una
inattesa cover di “We are the champions” – eseguita alla perfezione
– mi convince ad arrendermi definitivamente: mi dico “ma sì,
chissene frega, canto anch’io a squarcia gola, anche se ho sempre
sparato a zero contro i Queen”!
Lo spirito della serata è stato questo, insomma, e se non posso dire
di essere uscito dal forum con la sensazione di aver assistito ad un
evento di grande spessore, non posso neanche negare di essermi
divertito come un ragazzino.
(Manlio R.)
Non c’è titolo più appropriato per una pietra miliare. Per parlare
di questo capolavoro non si può che partire dal titolo. Cosa è the
wall? Il muro. ? Per Roger Waters, autore della gran parte di musica
e testi di questa vera e propria opera rock è l’insopportabile
separazione fra una rockstar idolatrata all’apice del proprio
successo ed il proprio pubblico, la gente comune. Nel raccontare la
storia del protagonista “Pink”, Waters ci racconta passo dopo passo
i processi mentali che portano alla creazione di questo muro.
La mancanza del padre scomparso prematuramente in guerra (“Vera”,”Bring
the boys at home”, l’infanzia trascorsa con la madre iperprotettiva
(“Mother”)l’educazione repressiva tesa all’appiattimento di
professori frustrati con le loro bacchettate sulle nocche (“Anothe
brick in the wall”), il fallimento di un matrimonio frettoloso (“One
of my tunes”)sono tutti elementi che portano Pink a divenire un uomo
fragile; rockstar acclamata ma uomo fragile.
Tale fragilità lo conduce prima all’isolamento poi ad un profondo
malessere (“Confotably numb”) ma in nome dello show business deve
proseguire a tutti i costi la propria carriera; in pieno delirio di
onnipotenza egli si sente come un gerarca nazista insofferente (“In
the flesh”) che può ordinare al proprio pubblico cosa fare.
Fortunatamente c’è il lieto fino, Pink in una sorta di seduta
autopsicanalitica (“the trial”)comprende le cause dei propri mali e
un giudice immaginario una sorta di Dio cattivo ordina
l’abbattimento del muro (Pink ha dimostrato sentimenti di natura
umana, non può più rimanere isolato dai propri simili).
Il film di Alan Parker nel 1982, con l’allucinata interpretazione di
Bob Geldof, nel ruolo di Pink avrebbero scolpito nelle menti di
tanti appassionati di rock molte immagini forti (la marcia dei
martelli, la processione degli alunni avviati al tritacarne; la
violenza distruttiva di Pink al culmine della propria crisi)
portando a perfetto compimento The wall.
L’incredibile intensità della musica, ogni accordo, ogni nota al
posto giusto…me lo vado a riascoltare.
(Fabio M.)
Pac-Music
Non
siamo giornalisti musicali, ma siamo appassionati di musica.
Ci
piace molto l’idea di avere una rubrica musicale da condividere con i
simpatizzanti del Pac. Partiamo allora con una serie di recensioni che
saranno spunto di confronto e in alcuni casi consiglio all’ascolto.
Siamo desiderosi di ricevere i vostri commenti, le vostre recensioni e
le vostre proposte in modo da tenere viva la pagina. L’obiettivo è
quello di scavare un po’ andando oltre ciò che passa la radio; la musica
non è per noi semplice intrattenimento ma qualcosa da amare e ricercare,
qualcosa in grado di esprimere al meglio i nostri sentimenti